La premessa
Ve lo dico subito: non mi piacciono quelle iniziative da social con gli hashtag che segnalano quale nobile e profonda attività sia leggere dei libri. La verità è che, quando devi trovare una motivazione valida per qualcosa, probabilmente la motivazione vera ti manca.
Saranno tutte vere, quelle cose dell'"io leggo perché", e sono certa che la gente che le scrive legga davvero per quei motivi. Io posso darvi solo la mia versione: non ho mai pensato di spiegare a me stessa perché prendo in mano un libro, né - nei periodi in cui il tempo è poco e la testa altrove - perché non li prendo in mano. O meglio, sì: perché mi piace, esattamente come mi piace la cioccolata.
Se una cosa non ti diverte, non c'è intellettualismo che tenga: leggere, in un modo o nell'altro deve essere bello, e divertire, e se non lo fa bisogna smettere di sentirsi in colpa. Forse quello non era il libro per noi. Forse era scritto male. Qualsiasi altro tipo di spiegazione, per quel che mi riguarda, somiglia troppo alla favola dei vestiti dell'imperatore. Spesso mi sembra quasi che i libri "leggeri" vengano visti con sospetto da chi pratica "la cultura" perché hanno la sola colpa di non farci sentire inadeguati di fronte al loro cospetto. Ecco, per me quelli sono i libri migliori. E aiutano a far digerire anche quelli più tosti.
Se un'utilità c'è, nel leggere, non è quella di accrescere la nostra cultura o il nostro spessore. Piuttosto, forse, i libri ci ispirano per principio di imitazione, così da rispondere ai nostri dubbi più amletici e pragmatici: come mi comporto per conquistare lui? Come faccio ad essere accettato dal gruppo in cui lavoro? Come faccio a diventare una persona "di potere"? No, non chiamatele domande frivole. Sono quelle che ci aiutano a vivere meglio.
Da qui, dunque, il titolo del blog: leggere non serve a niente. E, se è per questo, nemmeno mangiare dolci.
Saranno tutte vere, quelle cose dell'"io leggo perché", e sono certa che la gente che le scrive legga davvero per quei motivi. Io posso darvi solo la mia versione: non ho mai pensato di spiegare a me stessa perché prendo in mano un libro, né - nei periodi in cui il tempo è poco e la testa altrove - perché non li prendo in mano. O meglio, sì: perché mi piace, esattamente come mi piace la cioccolata.
Se una cosa non ti diverte, non c'è intellettualismo che tenga: leggere, in un modo o nell'altro deve essere bello, e divertire, e se non lo fa bisogna smettere di sentirsi in colpa. Forse quello non era il libro per noi. Forse era scritto male. Qualsiasi altro tipo di spiegazione, per quel che mi riguarda, somiglia troppo alla favola dei vestiti dell'imperatore. Spesso mi sembra quasi che i libri "leggeri" vengano visti con sospetto da chi pratica "la cultura" perché hanno la sola colpa di non farci sentire inadeguati di fronte al loro cospetto. Ecco, per me quelli sono i libri migliori. E aiutano a far digerire anche quelli più tosti.
Se un'utilità c'è, nel leggere, non è quella di accrescere la nostra cultura o il nostro spessore. Piuttosto, forse, i libri ci ispirano per principio di imitazione, così da rispondere ai nostri dubbi più amletici e pragmatici: come mi comporto per conquistare lui? Come faccio ad essere accettato dal gruppo in cui lavoro? Come faccio a diventare una persona "di potere"? No, non chiamatele domande frivole. Sono quelle che ci aiutano a vivere meglio.
Da qui, dunque, il titolo del blog: leggere non serve a niente. E, se è per questo, nemmeno mangiare dolci.

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